
A scuola di Sociale vi dà il benvenuto
I Servizi alla Persona hanno bisogno di pensiero, riflessione, nutrimento. Hanno bisogno di "manutenzione".
Da soli non si salva nessuno
Che cos'è A Scuola di Sociale
Premessa
A cinquant’anni dalla fondazione del sistema del welfare che ha prodotto la cultura e
l’economia dei servizi alla persona, assistiamo oggi ad un severo ricambio generazionale per il quale gli operatori (educatori, assistenti sociali, psichiatri, infermieri) che hanno costruito i servizi usciti dalla critica e dalla chiusura dei manicomi, sono andati o si stanno avviando al pensionamento.
Le nuove generazioni di operatori, più formati e preparati dei “pionieri” dei
servizi, non hanno però vissuto il fecondo intreccio con la politica, intesa come partecipazione alla vita della comunità, che ha sostenuto la cultura e la pratica di quelle istituzioni.
La sofferenza coniuga sempre dimensioni private, psicologiche, e dimensioni politiche,
cittadine. La sofferenza, «pur restando una esperienza soggettiva ha sempre in sé uno statuto politico. Perché il contesto della città (il modo in cui è organizzata, le sue politiche, il suo essere escludente o ospitale...) ha ricadute nella vita privata di ciascuno» (Benedetto Saraceno).
Si pensi alla sofferenza dei nuclei familiari nelle condizioni di povertà, si pensi agli
adulti che vivono sempre più ai margini della città, si pensi ai quartieri degradati delle periferie urbane o alle aggregazioni disperate di migranti sistematicamente esclusi da ogni accesso alle opportunità della città. Vi è dunque un intreccio – profondo e sottotraccia – tra storie private e storie della città che va svelato, riconosciuto e tematizzato.
Sappiamo ormai quanto la crisi stia avendo un impatto sui corpi, così come sappiamo quanto incidano le diseguaglianze sociali sulla salute. Chi è privo di fattori di protezione sociale (ossia è a basso reddito, poco istruito, vive in contesti familiari e urbani degradati, ha reti relazionali sfilacciate...) è più esposto al rischio di perdere la salute.
È ormai ampiamente documentato come le malattie croniche, nei gruppi di popolazione più svantaggiati, insorgano prima, non solo come singole patologie, ma anche come multi-morbosità. Più si è in condizioni di fragilità sociale (solitudine, povertà...), più si è a rischio di malattia e in difficoltà – anche – a fronteggiare le conseguenze di un evento critico.
Per prendersi cura delle vite fragili occorre che i servizi debbano sempre più collocarsi dentro i tessuti urbani. Ma soprattutto è importante connettersi e collegarsi alle risorse informali presenti nei quartieri, ai serbatoi di energie che si nascondono nei territori. Intercettarle, interagire con esse, unire competenze e disponibilità per dar vita a percorsi comuni. Riemerge dunque l'attualità di una linea di lavoro storicamente definita come lavoro di rete, sviluppo di comunità, ma che si potrebbe definire come lavoro sociale, nella consapevolezza che il territorio è il vero, grande fattore protettivo.
Un cambiamento di prospettiva riguarda il superamento di steccati che si sono consolidati negli anni: steccati tra settori (il sociale, il sanitario, la scuola...), tra servizi (dipendenze, salute mentale, disabilità, adulti in difficoltà, minori...), tra professioni (assistenti sociali, educatori, psicologi, medici, insegnanti...). Questi steccati, mentali e organizzativi, hanno prodotto recinti: recinti che impediscono oggi di afferrare la multidimensionalità delle questioni e che finiscono per depotenziare l'efficacia dell'agire professionale.
Fare lavoro sociale significa lavorare dentro una rete ampia di relazioni, scambi, connessioni. Progettare servizi significa mettere insieme il terzo settore con la Pubblica Amministrazione. La co-progettazione è lo stile di lavoro del welfare di comunità: problemi complessi come quelli che travagliano i territori chiedono la partecipazione di più soggetti. Il progetto formativo, A Scuola di Sociale, vuole ripensare la politica dei servizi.
Oggi più che mai la riflessione sul potere, sui rapporti di ruolo, sui diritti e i doveri della cittadinanza, sulla reciprocità e il rispetto come fondamenti culturali della convivenza collettiva, è decisiva per le prospettive istituzionali future. Se l’idea è quella di investire in servizi non difensivi ma accoglienti, di rinnovare un patto con l’utenza nel segno del reciproco riconoscimento, di collaborare tra istituzioni per evitare la solitudine nella complessità, la formazione e la supervisione sono gli strumenti a nostra disposizione per andare in questa direzione.
In questo senso pensiamo sia importante non solo investire nelle competenze professionali vocate alla relazione, ma sviluppare letture comuni dei bisogni e dei problemi di una comunità: costruire occasioni in cui insieme si legge il territorio, rispetto al quale le nostre mappe sono costantemente da aggiornare. La co-progettazione, prima che sull’azione, si fa sulla comprensione: una comprensione condivisa genererà messe in gioco corresponsabili. La proposta di A Scuola di Sociale comprende:
• Percorsi formativi come opportunità di accrescimento di competenze attraverso piccoli
gruppi, al fine di accompagnare processi riorganizzativi, facilitando l’assunzione dei
cambiamenti da parte delle varie professionalità
• Supervisioni a equipe sui casi
• Supervisione organizzativa a equipe, al fine di individuare e affrontare in modo più efficace i
problemi con cui quotidianamente ci si imbatte
• Consulenza al ruolo rivolto a responsabili di servizio al fine di individuare i nodi critici della quotidianità, le attese personali e del gruppo di lavoro, al fine di trovare modalità efficaci per gestire e risolvere al meglio i problemi
I contenuti riguardano:
• Il lavoro di rete e la collaborazione tra i servizi (sociali, sociosanitari e terzo settore)
• Le competenze di cura
• Saper lavorare in equipe e saper gestire e risolvere i conflitti di trovare modalità efficaci per gestire e risolvere al meglio i problemi
• Sapersi mettere in gioco ed in discussione
Metodologia di lavoro:
• Consulenze individuali e/o a piccoli gruppi
• Didattica in aula – partecipazione attiva - problem solving
• Didattica itinerante - esperienziale
Si ringrazia infine Federico Festi per il logo e che con la sua giovane età e la sua creatività ci ha dato una lezione di “capitale umano”



